La cura e la fatica: perché per sostenere i ragazzi dobbiamo prima imparare a fermarci

Nelle occasioni di confronto con colleghi, insegnanti e genitori in merito alle complessità riscontrate nell’educazione e nell'accompagnamento alla crescita di bambini e adolescenti, affiorano costantemente due concetti chiave: la cura e la fatica.

La cura dell’altro, intesa non nella sua mera accezione assistenziale bensì come un agire intenzionalmente orientato al benessere e alla fioritura altrui, reca inevitabilmente con sé un considerevole carico di fatica. Sia che si operi all'interno del ruolo genitoriale, sia che si agisca in veste di professionisti dell’educazione, è un'esperienza ampiamente condivisa quella di scontrarsi con un profondo senso di inadeguatezza o di impreparazione dinanzi alle sfide quotidiane. Subentra sovente la frustrazione, il timore di fallire nel fornire il supporto più opportuno e, non da ultimo, l'insorgere di una tangibile e logorante stanchezza fisica ed emotiva.

A tal proposito, risulta illuminante la riflessione pedagogica e filosofica di Luigina Mortari che molto ha indagato il concetto di cura.

Nel suo celebre saggio Aver cura di sé, l'autrice ci ricorda che non è possibile sostenere il peso della relazione educativa senza rivolgere prima lo sguardo alla propria interiorità:

«La pratica di cura è, nella sua essenza, un prendersi a cuore l’altro; esistono, però, una pratica difettiva, in cui ci si prende troppo poco a cuore l’altro, e una pratica eccessiva, in cui lo si prende troppo a cuore. In entrambi i casi, si tratta di una situazione di dismisura, che però, nel caso di eccessiva compartecipazione, comporta dei rischi per la persona che agisce. Lavorare su di sé per individuare l’irrinunciabile e aver cura del proprio principio interiore significa costruire un punto di ancoraggio per tenersi in salvo da certi eccessi.»

Riconoscere questi “rischi” e la fatica non rappresenta dunque una debolezza, ma il primo atto di consapevolezza necessario per tutelare chi educa e, di riflesso, chi viene educato, a sua volta portatore di un proprio carico di vulnerabilità e senso di inadeguatezza.

Forse è proprio da qui che dovrebbe prendere le mosse la nostra riflessione: dal bisogno profondo – condiviso da educatori ed educandi – di ricevere cura e di veder accolta la propria fatica. Una fatica che, molto spesso, è intimamente sentita legata all’imperfezione e all'esperienza del fallimento.

Tuttavia, l'errore non deve essere vissuto come uno stigma, bensì come un passaggio vitale. Come ci ricorda Wayne W. Dyer nel suo saggio Cosa volete davvero per i vostri figli? Sette segreti per crescere bambini felici e sicuri di sé:

«Dobbiamo assolutamente insegnare ai figli che fallire non è riprovevole, ma anzi una tappa obbligata se vogliono diventare persone senza barriere.»

Con questa espressione, l'autore si riferisce a individui capaci di non farsi paralizzare dalla paura del giudizio o dall'ansia di prestazione. Una persona 'senza barriere' è un individuo interiormente libero, resiliente, che non fa dipendere il proprio valore personale dal raggiungimento della perfezione e dell’omologazione. Al contrario, è qualcuno che sa vivere gli ostacoli e i tentativi falliti non come sconfitte definitive, ma come strumenti di apprendimento indispensabili per esplorare appieno il proprio potenziale e affrontare il mondo con reale conoscenza e sicurezza.

Ma come possiamo trasmettere a un bambino o a un adolescente il valore dell'errore se noi, per primi come educatori o genitori, siamo terrorizzati dal compierlo? Innanzitutto accettando di essere imperfetti; non è la nostra perfezione a infondere sicurezza nel bambino, ma la nostra capacità di mostrarci umani, di sbagliare, di chiedere scusa, di riconoscere i nostri limiti e, fondamentale, di saper riparare agli strappi relazionali che inevitabilmente si creano.

 Come afferma nel suo famoso saggio Un genitore quasi perfetto, Bruno Bettelheim uno dei compiti più importanti di un genitore è «imparare a intuire con il sentimento, il senso che possono avere le cose per suo figlio» e, per instaurare questo “feeling” un buon approccio è ricordare cosa abbiamo provato noi da piccoli o da adolescenti, rispetto ai nostri genitori e alle loro scelte educative in situazioni analoghe e pensare a come avremmo voluto che venissero gestite; in tal modo potremo rielaborare creativamente le nostre stesse esperienze di vita che, assumeranno un significato nuovo e profondo.

Per crescere quegli individui "senza barriere" di cui parla Dyer, l'adulto deve per primo rinunciare alla propria corazza di infallibilità. Mostrare la propria stanchezza, ammettere di non avere subito le risposte o la soluzione in tasca, chiedere scusa dopo una reazione eccessiva, sono atti educativi di una potenza straordinaria.

È proprio all'interno di quelle crepe relazionali dove c'è spazio per l'errore e per il perdono, che la cura si fa autentica. In sintesi in primis è necessario accettare che l'imperfezione non è un difetto da nascondere, ma la condizione stessa che ci permette di incontrare l'altro nella sua completezza, sostenendo insieme quella fatica che rende possibile la fioritura.

Quando smettiamo di pretendere l'impossibile da noi stessi, cambia inevitabilmente anche lo sguardo che proiettiamo sui bambini e sui ragazzi. Abbandonando la nostra armatura di infallibilità, smettiamo di vederli come creature da forgiare secondo rigidi modelli sociali o progetti da "completare" senza errori.

sfondo natura con scritta "and breathe"
Foto di Max van den Oetelaar su Unsplash
In questi giorni leggevo il saggio di Marco Rovelli, Non siamo capolavori, nel quale parla del rapporto tra ragazzi e adulti; critica la logica della prestazione; insiste sull’importanza di ascoltare senza giudicare e parla di fragilità in termini di condizione ma anche e soprattutto di risorsa che, se condivisa, esprime tutta la sua potenza.

Il nostro compito non è correggere i ragazzi per farli aderire a un'aspettativa esterna o a un ideale di perfezione, ma fornire loro gli strumenti affinché possano svelare e riconoscere il proprio capolavoro interiore, imparando ad amarne anche le asimmetrie.

Tuttavia, sostenere questo sguardo pulito e privo di giudizio richiede un dispendio di energie enorme. Ed è a questo punto che l'insegnamento di Luigina Mortari si fa ancora più emergente, riportandoci alla riflessione iniziale sulla fatica. Quel "punto di ancoraggio" di cui parla la Mortari non si costruisce nell'iper-attivismo o nel sacrificio di sé, ma si nutre di una pratica tanto essenziale quanto trascurata: il  diritto al riposo, a fermarsi.

Prendere a cuore l'altro senza cedere all'eccesso o al burnout emotivo significa concedersi, all’occorrenza, una pausa. Non si tratta solo di recuperare le energie fisiche, ma di rivendicare un riposo psicologico, per “staccare” dalle incessanti richieste della società della performance. È il permesso che ci concediamo di fermarci senza sentirci in colpa, di decomprimere l'ansia di dover sempre fare, stimolare o risolvere. Solo abitando questo spazio di pausa, solo accogliendo la nostra stessa stanchezza con serenità, possiamo ritrovare l'equilibrio per prenderci cura di chi cresce, trasformando la fatica in un autentico cammino di crescita condivisa.

 

 

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