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| Foto di Annie Spratt su Unsplash |
Nasciamo esploratori, lo dimostra
il nostro approccio al mondo fin dai primissimi giorni di vita, caratterizzato
da curiosità e inesauribile voglia di scoperta.
Ascoltiamo, tocchiamo, assaggiamo, cadiamo e
ci rialziamo e ad un certo punto iniziamo anche a domandare incessantemente a
chi ci circonda: “perché?” Poi ad un certo punto, quasi sempre in concomitanza con l'inizio del percorso scolastico, qualcosa cambia. L’esplorazione viene sostituita dalla
valutazione e il processo di apprendimento lascia spazio esclusivamente all’esito
finale. La curiosità si piega all’ansia da prestazione.
Come ricordano nel loro brillante saggio “La
società della performance”, Maura Gancitano e Andrea Colamedici, viviamo
immersi in un sistema che ci richiede di essere continuamente visibili, misurabili
e performanti.
Questa tossicità performativa ha ricadute
profonde nei nostri sistemi educativi. Abbiamo trasformato le aule scolastiche
in catene di montaggio dove il fine ultimo sembra essere l'accumulo di
valutazioni positive, dimenticando che un numero su un registro è incapace di descrivere
la complessità ,l’unicità e la ricchezza di chi stiamo educando.
L'illusione industriale e la morte della
creatività
Per capire come siamo arrivati a questo punto, sono illuminanti le parole di Ken Robinson. Nel suo celebre (e rivoluzionario) intervento al TED Talk del 2006 e nel saggio Scuola Creativa, Robinson ci ricorda che l'attuale sistema scolastico è stato concepito a immagine e somiglianza dell'era industriale. È un sistema basato sulla standardizzazione e sulla conformità, che tratta gli studenti come lotti di produzione da testare ed etichettare con un voto.
Questo modello mortifica la
creatività perché penalizza l'errore, quando in realtà essere disposti a
sbagliare è la condizione essenziale per poter concepire qualcosa di originale.
A tal proposito, Ken Robinson, afferma che se il nostro unico obiettivo come
educatori e insegnanti diventa preparare bambini e ragazzi a superare un test o
un esame, stiamo spegnendo quella scintilla vitale con cui sono nati.
Se c'è qualcuno che aveva
compreso l'urgenza di invertire questa tendenza già molti anni fa, smettendo di
dare valore alla sola razionalità calcolante, era Gianni Rodari. Nella sua Grammatica della fantasia del 1973,
Rodari sottolineava la necessità vitale di affiancare alla "Logica"
una vera e propria "Fantastica". L'immaginazione e la fantasia non rappresentano
una fuga dalla realtà o una distrazione dal programma scolastico, ma uno
strumento cognitivo rigoroso e fondamentale. Soffocare la
"Fantastica" sotto il peso del voto e della prestazione significa
privare le nuove generazioni della capacità di inventare soluzioni nuove a
problemi vecchi. Dobbiamo invece passare a un paradigma "ecologico",
creando un ambiente – un ecosistema relazionale e spaziale – in cui il naturale
desiderio di apprendere e di immaginare possa fiorire.
Il collasso dell'autostima e il potere
dell'autoefficacia
Questa ossessione per l'esito, il voto ha
ricadute rovinose sulla percezione che i ragazzi hanno di sé stessi. Quando associamo
il valore di uno studente a un numero, stiamo compiendo un'operazione
pericolosissima sulla sua autostima, rendendola fragile e condizionata:
"valgo solo se prendo otto", "se prendo quattro, sono un
fallimento".
Se vogliamo davvero supportare la
crescita psicologica di bambini e ragazzi, dobbiamo spostare il focus dal voto
al processo. È qui che entra in gioco il concetto elaborato da Albert Bandura.
Nel testo Adolescenti ed
autoefficacia, Bandura ci mostra come la fiducia nelle proprie capacità non
si costruisca attraverso l'accumulo di bei voti o di lodi vuote, ma attraverso
le "esperienze di padronanza".
L'autoefficacia si nutre proprio
del processo: si consolida quando un ragazzo affronta un ostacolo, elabora una
strategia, magari fallisce, ma poi corregge il tiro e ci riprova. Valorizzare
il processo significa comunicare: "Vedo i tuoi sforzi”, “riconosco la
strategia che hai usato"… Questo approccio separa l'identità del giovane
dal risultato finale, permettendogli di costruire un'autostima solida e
resiliente.
Questo meccanismo, però, non
riguarda solo chi siede tra i banchi. La cultura della performance non
risparmia le famiglie, alimentando il falso mito per cui il successo scolastico
del figlio coincida con il "voto" assegnato al genitore. È qui che
entra in gioco l'autoefficacia genitoriale: quando madri e padri si sentono
costantemente sotto esame o inadeguati, quell'ansia si riversa inevitabilmente
sul senso di autoefficacia dei ragazzi. Aiutare le famiglie a svincolarsi da
questa pressione è un passaggio vitale, e ci apre le porte a un capitolo
immenso sul supporto alla genitorialità.
La scuola come atto politico ed emancipatorio
Sfidare questa cultura non è solo una
questione metodologica, è una presa di posizione. Come sottolineano Federico
Batini, Simone Giusti, Giusi Marchetta e Vanessa Roghi nel volume La scuola è politica,
l'educazione non è mai neutra. Lo studente non può essere ridotto a un voto, un
numero; etichettarlo in base a una performance accademica, significa perpetuare
disuguaglianze e rinunciare al ruolo democratico della scuola.
Educare non è selezionare esclusivamente
chi è "idoneo" e chi no in base a parametri rigidi. Educare significa
offrire a tutti – non solo ai più "performanti" – gli strumenti, le
parole e l'immaginazione per decifrare il mondo e costruire il proprio posto al
suo interno. Quando il voto diventa l'unico orizzonte di senso, svuotiamo la
scuola della sua dimensione emancipatoria e trasformativa.
Il peso della perfezione e l'educazione come
emancipazione
Questa
riflessione si intreccia inevitabilmente con il modo in cui educhiamo i generi.
Sfidare la cultura della valutazione significa anche smantellare quelle
aspettative che gravano su bambine e bambini. Sulla pagina del registro non c'è
solo un numero, ma secoli di condizionamenti.
In Educare al femminismo, Iria Marañón ci ricorda
lucidamente come le bambine siano educate fin dalla primissima infanzia a
essere "brave", calme, compiacenti e perfette. Questa sindrome della “brava
bambina” si traduce a scuola in una spaventosa ansia da prestazione: il terrore
di sbagliare o di prendere un brutto voto non è solo la paura di un fallimento
accademico, ma viene vissuto come una macchia alla propria identità.
Come possiamo favorire la
curiosità e il pensiero laterale se l’errore o il fallimento vengono vissuti
come una tragedia? E, come possiamo liberare i bambini dall'obbligo di dover
dimostrare costantemente di essere i "migliori", i più forti o i più
performanti in una perenne gara competitiva?
Le radici di questa urgenza le
rintracciamo già nel Settecento con Mary Wollstonecraft. Nei suoi pionieristici
Pensieri sull'educazione delle
figlie, l'autrice rivendicava l'istruzione non come strumento per rendere
le donne "aggraziate" e compiacenti per la società, ma come mezzo
fondamentale per sviluppare il pensiero critico e l'autonomia intellettuale.
Ieri come oggi, liberare l'apprendimento dall'esibizione e dal compiacimento
dell'adulto per riportarlo al processo di scoperta è un atto di profonda
liberazione.
Insegnare a trasgredire: recuperare
l'entusiasmo
Come possiamo, quindi, emanciparci da questa
gabbia della performance? Una risposta profonda ci arriva da bell hooks e dal
suo meraviglioso Insegnare a
trasgredire. hooks ci invita a pensare all'educazione come pratica della
libertà. In quest'ottica, la classe deve tornare a essere un luogo di radicale
apertura, dove l'apprendimento è un'esperienza coinvolgente, condivisa e, in un
certo senso, "trasgressiva" rispetto ai confini rigidi imposti dalle
istituzioni.
Perché ci sia entusiasmo, però,
dobbiamo smettere di dare importanza all'esito e ricominciare a innamorarci del
processo. Il vero apprendimento avviene nei momenti di esitazione e incertezza,
nelle domande impreviste, nei dubbi, nelle ipotesi, nei collegamenti
inaspettati che un ragazzo fa tra una lezione di storia e la sua vita reale.
Avviene nel caos bellissimo e imperfetto dell’esplorazione.
Tornare al processo
Come pedagogisti, educatori, insegnanti e
genitori, abbiamo una responsabilità fondamentale. Dobbiamo avere il coraggio
di guardare oltre gli schemi della valutazione numerica. Dobbiamo rassicurare i
nostri bambini e ragazzi che il loro valore umano, intellettuale ed emotivo non
è quantificabile.
In questo senso, le parole di Ken
Robinson in Scuola Creativa
risuonano come un appello finale: dobbiamo smettere di denigrare
l'immaginazione e tornare a promuovere la creatività non come un talento
astratto, ma come una vera e propria competenza, una skill indispensabile per vivere
la complessità del nostro tempo. Dobbiamo spostare l'attenzione dall'angoscia
del traguardo e del giudizio alla bellezza del percorso e del cammino.
Solo tutelando il processo, proteggendo il
diritto all'errore e accrescendo quella curiosità originaria, potremo davvero
accompagnarli nei loro passi in crescita, non come macchine da performance, ma
come esseri umani liberi, pensanti e appassionati.


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