Sfidare la cultura della performance. Oltre il voto: perché un voto sul registro non definisce chi stiamo educando

 

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Nasciamo esploratori, lo dimostra il nostro approccio al mondo fin dai primissimi giorni di vita, caratterizzato da curiosità e inesauribile voglia di scoperta.

Ascoltiamo, tocchiamo, assaggiamo, cadiamo e ci rialziamo e ad un certo punto iniziamo anche a domandare incessantemente a chi ci circonda: “perché?” Poi ad un certo punto, quasi sempre in concomitanza con l'inizio del percorso scolastico, qualcosa cambia. L’esplorazione viene sostituita dalla valutazione e il processo di apprendimento lascia spazio esclusivamente all’esito finale. La curiosità si piega all’ansia da prestazione.

Come ricordano nel loro brillante saggio “La società della performance”, Maura Gancitano e Andrea Colamedici, viviamo immersi in un sistema che ci richiede di essere continuamente visibili, misurabili e performanti.

Questa tossicità performativa ha ricadute profonde nei nostri sistemi educativi. Abbiamo trasformato le aule scolastiche in catene di montaggio dove il fine ultimo sembra essere l'accumulo di valutazioni positive, dimenticando che un numero su un registro è incapace di descrivere la complessità ,l’unicità e la ricchezza di chi stiamo educando.

L'illusione industriale e la morte della creatività

Per capire come siamo arrivati a questo punto, sono illuminanti le parole di Ken Robinson. Nel suo celebre (e rivoluzionario) intervento al TED Talk del 2006 e nel saggio Scuola Creativa, Robinson ci ricorda che l'attuale sistema scolastico è stato concepito a immagine e somiglianza dell'era industriale. È un sistema basato sulla standardizzazione e sulla conformità, che tratta gli studenti come lotti di produzione da testare ed etichettare con un voto.

Questo modello mortifica la creatività perché penalizza l'errore, quando in realtà essere disposti a sbagliare è la condizione essenziale per poter concepire qualcosa di originale. A tal proposito, Ken Robinson, afferma che se il nostro unico obiettivo come educatori e insegnanti diventa preparare bambini e ragazzi a superare un test o un esame, stiamo spegnendo quella scintilla vitale con cui sono nati.

Se c'è qualcuno che aveva compreso l'urgenza di invertire questa tendenza già molti anni fa, smettendo di dare valore alla sola razionalità calcolante, era Gianni Rodari. Nella sua Grammatica della fantasia del 1973, Rodari sottolineava la necessità vitale di affiancare alla "Logica" una vera e propria "Fantastica". L'immaginazione e la fantasia non rappresentano una fuga dalla realtà o una distrazione dal programma scolastico, ma uno strumento cognitivo rigoroso e fondamentale. Soffocare la "Fantastica" sotto il peso del voto e della prestazione significa privare le nuove generazioni della capacità di inventare soluzioni nuove a problemi vecchi. Dobbiamo invece passare a un paradigma "ecologico", creando un ambiente – un ecosistema relazionale e spaziale – in cui il naturale desiderio di apprendere e di immaginare possa fiorire.

 

Il collasso dell'autostima e il potere dell'autoefficacia

Questa ossessione per l'esito, il voto ha ricadute rovinose sulla percezione che i ragazzi hanno di sé stessi. Quando associamo il valore di uno studente a un numero, stiamo compiendo un'operazione pericolosissima sulla sua autostima, rendendola fragile e condizionata: "valgo solo se prendo otto", "se prendo quattro, sono un fallimento".

Se vogliamo davvero supportare la crescita psicologica di bambini e ragazzi, dobbiamo spostare il focus dal voto al processo. È qui che entra in gioco il concetto elaborato da Albert Bandura. Nel testo Adolescenti ed autoefficacia, Bandura ci mostra come la fiducia nelle proprie capacità non si costruisca attraverso l'accumulo di bei voti o di lodi vuote, ma attraverso le "esperienze di padronanza".

foto copertine libri :adolescenti e autoefficacia, educare al femminismo, la scuola è politica. Agenda aperta con appunti su tavolo in legno

L'autoefficacia si nutre proprio del processo: si consolida quando un ragazzo affronta un ostacolo, elabora una strategia, magari fallisce, ma poi corregge il tiro e ci riprova. Valorizzare il processo significa comunicare: "Vedo i tuoi sforzi”, “riconosco la strategia che hai usato"… Questo approccio separa l'identità del giovane dal risultato finale, permettendogli di costruire un'autostima solida e resiliente.

Questo meccanismo, però, non riguarda solo chi siede tra i banchi. La cultura della performance non risparmia le famiglie, alimentando il falso mito per cui il successo scolastico del figlio coincida con il "voto" assegnato al genitore. È qui che entra in gioco l'autoefficacia genitoriale: quando madri e padri si sentono costantemente sotto esame o inadeguati, quell'ansia si riversa inevitabilmente sul senso di autoefficacia dei ragazzi. Aiutare le famiglie a svincolarsi da questa pressione è un passaggio vitale, e ci apre le porte a un capitolo immenso sul supporto alla genitorialità.

La scuola come atto politico ed emancipatorio

Sfidare questa cultura non è solo una questione metodologica, è una presa di posizione. Come sottolineano Federico Batini, Simone Giusti, Giusi Marchetta e Vanessa Roghi nel volume La scuola è politica, l'educazione non è mai neutra. Lo studente non può essere ridotto a un voto, un numero; etichettarlo in base a una performance accademica, significa perpetuare disuguaglianze e rinunciare al ruolo democratico della scuola.

Educare non è selezionare esclusivamente chi è "idoneo" e chi no in base a parametri rigidi. Educare significa offrire a tutti – non solo ai più "performanti" – gli strumenti, le parole e l'immaginazione per decifrare il mondo e costruire il proprio posto al suo interno. Quando il voto diventa l'unico orizzonte di senso, svuotiamo la scuola della sua dimensione emancipatoria e trasformativa.

Il peso della perfezione e l'educazione come emancipazione

Questa riflessione si intreccia inevitabilmente con il modo in cui educhiamo i generi. Sfidare la cultura della valutazione significa anche smantellare quelle aspettative che gravano su bambine e bambini. Sulla pagina del registro non c'è solo un numero, ma secoli di condizionamenti.

In Educare al femminismo, Iria Marañón ci ricorda lucidamente come le bambine siano educate fin dalla primissima infanzia a essere "brave", calme, compiacenti e perfette. Questa sindrome della “brava bambina” si traduce a scuola in una spaventosa ansia da prestazione: il terrore di sbagliare o di prendere un brutto voto non è solo la paura di un fallimento accademico, ma viene vissuto come una macchia alla propria identità.

Come possiamo favorire la curiosità e il pensiero laterale se l’errore o il fallimento vengono vissuti come una tragedia? E, come possiamo liberare i bambini dall'obbligo di dover dimostrare costantemente di essere i "migliori", i più forti o i più performanti in una perenne gara competitiva?

Le radici di questa urgenza le rintracciamo già nel Settecento con Mary Wollstonecraft. Nei suoi pionieristici Pensieri sull'educazione delle figlie, l'autrice rivendicava l'istruzione non come strumento per rendere le donne "aggraziate" e compiacenti per la società, ma come mezzo fondamentale per sviluppare il pensiero critico e l'autonomia intellettuale. Ieri come oggi, liberare l'apprendimento dall'esibizione e dal compiacimento dell'adulto per riportarlo al processo di scoperta è un atto di profonda liberazione.

Insegnare a trasgredire: recuperare l'entusiasmo

Come possiamo, quindi, emanciparci da questa gabbia della performance? Una risposta profonda ci arriva da bell hooks e dal suo meraviglioso Insegnare a trasgredire. hooks ci invita a pensare all'educazione come pratica della libertà. In quest'ottica, la classe deve tornare a essere un luogo di radicale apertura, dove l'apprendimento è un'esperienza coinvolgente, condivisa e, in un certo senso, "trasgressiva" rispetto ai confini rigidi imposti dalle istituzioni.

Perché ci sia entusiasmo, però, dobbiamo smettere di dare importanza all'esito e ricominciare a innamorarci del processo. Il vero apprendimento avviene nei momenti di esitazione e incertezza, nelle domande impreviste, nei dubbi, nelle ipotesi, nei collegamenti inaspettati che un ragazzo fa tra una lezione di storia e la sua vita reale. Avviene nel caos bellissimo e imperfetto dell’esplorazione.

Tornare al processo

Come pedagogisti, educatori, insegnanti e genitori, abbiamo una responsabilità fondamentale. Dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre gli schemi della valutazione numerica. Dobbiamo rassicurare i nostri bambini e ragazzi che il loro valore umano, intellettuale ed emotivo non è quantificabile.

In questo senso, le parole di Ken Robinson in Scuola Creativa risuonano come un appello finale: dobbiamo smettere di denigrare l'immaginazione e tornare a promuovere la creatività non come un talento astratto, ma come una vera e propria competenza, una skill indispensabile per vivere la complessità del nostro tempo. Dobbiamo spostare l'attenzione dall'angoscia del traguardo e del giudizio alla bellezza del percorso e del cammino.

Solo tutelando il processo, proteggendo il diritto all'errore e accrescendo quella curiosità originaria, potremo davvero accompagnarli nei loro passi in crescita, non come macchine da performance, ma come esseri umani liberi, pensanti e appassionati.

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