L’auto parcheggiata davanti a scuola. Il tonfo dello zaino
gettato sul sedile posteriore. E la solita, inevitabile domanda: «Com’è
andata oggi?». La risposta arriva come un blocco di marmo: «Bene». «L’interrogazione
di scienze?». «Normale».
Poi, il clic della cintura di sicurezza e un silenzio
pesante che riempie l’abitacolo. In quel preciso istante, noi adulti sentiamo
un brivido freddo. Sperimentiamo una sensazione che assomiglia molto al
rifiuto: ci sentiamo tagliati fuori, messi alla porta. Ci sembra che nostro
figlio abbia appena preso l'intimità che avevamo con lui e l'abbia rimossa
completamente.
Eppure, se vogliamo fare educazione e non semplice
"controllo", dobbiamo fare uno sforzo enorme e ribaltare la
prospettiva: quella porta chiusa, quel muro improvvisamente eretto, non è un
attacco contro di noi. È il perimetro di sicurezza che il ragazzo sta
costruendo attorno a sé stesso.
Il silenzio degli adolescenti non è un malfunzionamento, non
è un dispetto e non è "mancanza di rispetto". È uno spazio vitale, un
istinto; è un cantiere recintato da un nastro invisibile che dice: “In
questo momento c'è troppa confusione qui dentro. Sto cercando di mettere in
ordine”.
1. I lavori in corso: perché hanno bisogno di abbassare
il volume
Per smettere di spaventarci di fronte a questo mutismo,
dobbiamo prima di tutto ricordarci cosa succede fisicamente nella mente di un
ragazzo. Come spiega il neuroscienziato Daniel J. Siegel, tra i 12 e i 20 anni
il cervello affronta la più importante "ristrutturazione" di tutta la
vita. Molti collegamenti neurali dell'infanzia vengono smantellati per fare
spazio a un modo di pensare più complesso e da adulti.
È, a tutti gli effetti, un cantiere aperto. E dentro un
cantiere c'è un rumore assordante: le emozioni si sentono al triplo
dell'intensità, il peso del giudizio dei compagni schiaccia, una notifica sul
telefono può generare il panico.
Di fronte a questo caos interno, il silenzio è un istinto
di conservazione. I ragazzi spengono le parole perché hanno un disperato
bisogno di abbassare il volume del mondo esterno per riuscire a sopportare il
baccano che hanno dentro. Chiedere a un adolescente di spiegarci lucidamente
cosa prova in quel momento, è come chiedere a una persona di fare un calcolo
matematico difficilissimo mentre si trova al centro di una pista da ballo nel
pieno di una festa. Il silenzio è il loro paio di cuffie isolanti!
2. Quello che non si riesce a dire: la rabbia e la
vulnerabilità
C’è però un secondo motivo per cui i ragazzi tacciono, e
riguarda le emozioni che noi adulti "autorizziamo" a mostrare. Come
fa notare la saggista Soraya Chemaly, molto spesso il silenzio non è un vuoto,
ma il nascondiglio di un sentimento scomodo. E quel sentimento è, quasi sempre,
la rabbia.
Qui la comunicazione si divide a seconda del genere, perché
educhiamo i maschi e le femmine a silenzi diversi.
Alle ragazze insegniamo fin da piccole a essere
gentili, accoglienti e a cercare la pace. Passa il messaggio silenzioso che
mostrare rabbia o dissenso le renda "difficili", esagerate, se non
addirittura isteriche. Quando un’adolescente si chiude in un silenzio freddo,
spesso sta trattenendo un urlo. Tace perché prova una rabbia sacrosanta, ma ha
il terrore che, se la esprimesse davvero, perderebbe il nostro affetto e la
nostra approvazione.
Ai ragazzi, al contrario, chiediamo di essere forti e
di "risolvere da soli". Imparano a usare il silenzio come una corazza
per proteggere la vulnerabilità. Tacciono la paura, il senso di inadeguatezza,
la voglia di piangere. Quando chiediamo a un ragazzo «Cos'hai?» e lui
risponde «Niente», a volte quel "niente" è l'unica “coperta”
che gli è rimasta per non farci vedere che si sente fragile.
3. Perché la prendiamo sul personale? Il
"nostro" rumore
Arriviamo al passaggio più scomodo per noi educatori e
genitori: se il silenzio è un loro diritto biologico o una difesa, perché ci fa
così male? Perché ci fa perdere la pazienza?
Lo spiega benissimo lo psicoterapeuta Matteo Lancini in Sii
te stesso a modo mio: il loro silenzio ci ferisce perché va a sbattere
contro le nostre insicurezze di adulti, l’ansia da prestazione del nostro
ruolo, contro il nostro adultocentrismo. Viviamo nell'epoca del
controllo totale; vorremmo sapere sempre dove sono, cosa guardano e cosa
provano i nostri figli.
Quando chiediamo «Com’è andata oggi?», spesso non lo
facciamo per pura curiosità verso di loro, ma per calmare la nostra ansia. In
fondo stiamo chiedendo: «Dimmi che sei felice e che va tutto bene, così io
posso sentirmi un bravo genitore/educatore».
I ragazzi, che hanno un’intuitività emotiva formidabile,
questo lo sentono. Sanno perfettamente che non siamo pronti a reggere una
risposta che dica: «Oggi mi sono sentito un fallito, ho pianto in bagno e
credo di non piacere a nessuno». Sanno che una frase del genere ci
manderebbe in crisi, o ci spingerebbe a cercare subito una soluzione pratica («Domani
parlo con i professori!», «Troviamo un altro sport!»).
E allora tacciono. Tacciono per non deluderci, e tacciono
per non doversi fare carico anche della nostra preoccupazione. Il paradosso è
che, spinti dalla paura del vuoto, trasformiamo la cena in un interrogatorio,
vivendo il loro normalissimo bisogno di intimità come un tradimento nei nostri
confronti.
4. Costruire ponti: l’arte di sedersi sulla soglia
Come si fa, allora, a restare in contatto quando il muro è
stato tirato su? Come si costruisce un legame con una porta chiusa?
Sedersi sulla soglia, abitarla, significa offrire una
presenza sicura che non chiede nulla in cambio. Significa passare dalla pretesa
del: «Adesso tu mi guardi e mi dici cosa ti succede», alla morbida
disponibilità del: «Vedo che oggi è una giornata faticosa. Io non ti faccio
domande, resto qui in cucina a preparare la cena. Se ti va di parlare, sono a
due passi».
Significa capire che l'affetto e la rassicurazione passano
benissimo anche attraverso canali silenziosi:
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| Foto di Tuğçe Açıkyürek su Unsplash |
Accogliere il distacco significa accettare di stare
nell'incertezza. Non dobbiamo "risolvere" i silenzi dei nostri
ragazzi; dobbiamo solo dimostrare loro che, quando decideranno di uscire da
quella stanza, troveranno un adulto che non si è offeso, che non è fuggito via
e che ha lasciato la luce accesa, un adulto che sa esserci.
Perché crescere, in fondo, non significa farsi spiegare il
mondo da chi è più grande; significa trovare il coraggio di camminarci dentro
con le proprie gambe. E a noi adulti resta il compito più d’amore che esista:
restare seduti sul gradino fuori dalla porta, fiduciosi, ad aspettare.

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